Biennale 2017 Consigli per l’uso_Arsenale

Consigli per gli acquisti 2017©

Biennale 2017 Consigli per l’uso_Arsenale
Settembre 9, 2017 paolo robaudi
Biennale 2017 Consigli per l’uso_Arsenale

Biennale 2017 Consigli per l’uso_Arsenale

La mia prima Biennale la vidi nel 1979, avevo dodici anni, ero con mio padre ed Emilio Vedova. Ricordo la Biennale di allora come una faticaccia immane, avevo dodici anni e mi si “sfrangevano le palle” con biennali, triennali e teatro di ricerca di allora, quello del primo CRT, già salone del crt; parlo degli anni ’70 a Milano, tra happening, vernici e perfomazione varia, Kantor e la classe morta, l’Ubu Roi ed il teatro dell’assurdo e tanto altro ancora, che non capivo bene, quasi come oggi! Scampai a Carmelo Bene però, tempo dopo ebbi modo di riflettere molto sul “depensamento” del maestro, come su tanto altro.

Io che volevo semplicemente una spiaggia,

con del mare e un ombrellone, come tutti i miei compagni di classe e invece dopo un giro nella zona etrusca, tra Volterra, Tarquinia, Cerveteri, ed un salto a Frontino per trovare il cugino di mio padre, Franco Assetto e la moglie Betty Freeman, io e mio padre andammo a Venezia,  li incontrammo un amico del mio babbo, quell’ amico pittore Veneziano, un tipo un po’ così, come sono tutti quelli nati in laguna, quel tale si rivelò essere: “Emilio Vedova!”, come a dire, “Viva Zapata!”, tra l’altro essendoci la Biennale, mi tocco “anche” andarci, ciliegina sulla torta! (gran sfrangimento).

Biennale 2017 Consigli per l’uso_Arsenale

Tanto lui era legato alla sua laguna, ai suoi riflessi ipnotici del gioco di luce sull’acqua, mostrandoci alcuni suoi lavori ricordo disse che rispecchiavano i riflessi di luce sulle acque della laguna, tagli, scintillii che si rincorrevano tra le nebbie lagunari, il movimento delle onde come la materia nello spazio, tutto questo aveva un che di musicale, sinfonico, lirico, io più guardavo questi grandi quadri, meno li capivo, l’avrei capito anni dopo, quando gli dedicarono parte del padiglione Italia, cosa intendeva Emilio, con la “vibrazione” della materia ipnotica.

Ricordo ancora il “Teatro del mondo”,

ancorato alla dogana, metafora, di tutto quel mondo che ruotava intorno all’arte, allora la Biennale si presentava come uno spettacolo nello spettacolo lagunare, mi divertivo molto a girare nei campi così come nei padiglioni e vedere tutta questa gente: intellettuali, critici, galleristi, collezionisti e via discorrendo, recitare ognuno la propria parte, come uno spartito, recitato a memoria, tutti mattatori o carnefici per me, di questo “sfrangimento di palle perpetuo”, inflittomi ad ogni vernice, ad ogni cena, ad ogni incontro; odiavo l’arte e gli artisti, volevo una vita medioborghese, fatta di gente normale, ne avevo le palle piene di tutti questi “freaks” che si pavoneggiavano intorno all’arte, insomma basta!

Ma non avevo fatto i conti con il mio subconscio,

nonostante l’essermi applicato per anni coscienziosamente, avendo come modello Bluto Blutarsky; tutto questo sarebbero rimaste come incrostazioni attaccate profondamente al pavimento del mio inconscio, per poi anni dopo, sull’orlo del precipizio, salvarmi dal mio modo di vivere e di interpretare la vita, totalmente nichilista e autodistruttiva ed infatti mi ritrovo qui a distanza di quasi 40 anni a visitare l’ennesima Biennale, inseguendo le voci, cercando ancora quelle figure mitologiche che vivevano per questi campi, allora la biennale, era un evento per “pochi” intimi, oggi il mondo globalizzato, con il suo meglio ed il suo peggio, ha cancellato gran parte di quell’atmosfera picaresca di allora. Ma anche l’Italia di allora viveva gli ultimi sussulti della sua storia popolare, gli anni ’80 erano alle porte e con loro quella modernizzazione di costumi, che hanno cancellato quella nobile patina che il tempo aveva donato al nostro paese sgarrupato, ma ancora sano.

Erano avanti 20 anni almeno, rispetto tutti gli altri

in Italia all’epoca di gente libera dai preconcetti della cultura cattolica, c’erano giusto: “l’Avvocato, lucido e cinico, ultimo principe Italiano, più Borgia che Medici forse e gli intellettuali, unici liberi di poter dire: “me ne frego!” e se ne fregavano proprio di tutti e di tutto, molti tra loro erano figli di gente comune, senza grandi capitali alle spalle, precipitati in un’altra dimensione, costruita da loro, per loro e per tutti quelli che volevano ascoltare e frequentare; tutto il resto apparteneva al rumore di fondo, accettavano anche di saltare i pasti, per la loro libertà totale, tutto veniva vissuto in prima persona, senza sconti, ma riuscivano con la forza del gruppo, ad andare oltre alle meschinità della vita e poi c’era un paese da ricostruire che aveva bisogno di cultura, di idee nuove, originali e oneste e così fu, i politici lo sapevano e avevano la lungimiranza di incentivare ogni genere di attività culturale, era uno spazio aperto, in cui chiunque poteva giocare.

L’Italia per almeno 20 anni,

un periodo che farei coincidere in un lasso di tempo che parte dalla fine degli anni ’40 e arriva più o meno al ’75, dopo di che il paese perse, secondo me, quella purezza grezza, quell’ingenuità quasi infantile, perdendosi nella “modernità” e tutto quello che di conseguenza significò per noi, la perdita della nostra originalità culturale, dimenticando parte della nostra identità, perdemmo anche la nostra consapevolezza di saper fare cose, meglio degli altri, inseguendo modelli che precludevano proprio prima di tutto, l’originalità dei nostri “prodotti”, inseguendo i mercati di massa, dove lo standard ed il multiplo, sono alla base di ogni produzione, noi, che per ogni “luogo” nella nostra penisola, c’è una cultura diversa dal paese vicino, dove le differenze sono cultura nella cultura, quasi il valore più alto, della nostra specificità culturale, ma vallo spiegare oggi ai nostri politici, prodotto culturale della degenerazione sessantottina, la prima generazione di viziati al potere, i nuovi gattopardi, con i quali siamo passati da “cosa nostra” a “cosa loro”

Tornando a noi, in due giorni abbiamo visitato la Biennale, (scusate la digressione, sono euclideo)

prima l’Arsenale e poi i Giardini, Il primo giorno, per la verità l’abbiamo dedicato ad una visita all’isola di Sant’Erasmo, l’orto dei Venexiani, ma questa è un’altra storia! Di certo ne sapevano una più del diavolone, mannaggia a loro, ogni volta che vengo qui, grazie ai miei amici che ci vivono, imparo sempre di più, sullo stile di vita di Venezia e ogni volta, rimango sempre affascinato da questa città. Città unica e diversa da tutte le altre, che racchiude in ogni pietra, un senso di bellezza, unico. La Biennale è magica per questo, anche se ci vorrebbe una settimana per visitarla, altrimenti rimane sempre una via di mezzo tra una corsa ad ostacoli ed il ciclo del risciacquo di una lavatrice, una tranvata in faccia! Anche quando il “non sense” e il “brutto” prevalgono, la biennale ha una forza immane, la quantità di informazioni che devi metabolizzare in così breve tempo, tra l’altro in una cornice di una bellezza che eccede ogni possibilità artistica di poter competere, sembra quasi che la genialità umana, si sia persa per strada, qui, tutto è arte e non parlo di Tiziano, del Tiepolo o di Canaletto, parlo semplicemente del genio dell’uomo profuso a piene mani, in ogni dove.

Detto questo arrivate in piazzale Roma

e poi a piedi o in vaporetto raggiungete la Biennale, un altro consiglio per mangiare a Venezia, a parte i “bacari” dove potrete bere le ombrette e mangiare cicchetti, ma state attenti in quale capitate, perché i prezzi variano moltissimo da uno all’altro, potreste ritrovarvi a dover pagare pochi euro, così come pagare un bicchiere di vino come foste nel locale più figo della movida milanese, se invece siete al “costo” vi raccomanderei le coop (ce ne uno proprio in piazzale Roma) e comunque ce ne sono diverse sparse per Venezia, così come altri supermercati, vanno tutti bene, li troverete tutto quello che vi serve per mangiare spendendo pochi euro, dai tramezzini (vivamente consigliati) alla macedonia e a tutto il resto, così per contenere i costi e non farvi spennare come dei polli nei ristoranti di Venezia, dove molti, troppi, ormai sono orientati ad una clientela per così dire “esotica” alla quale una pasta anche se scotta, fatta magari con ingredienti preparati della metro e che ricordano l’ odore dei sughi delle mense scolastiche, si proprio quello, vi costa diverse decine di neuro!

Io non so voi, ma è un odore che ancora oggi,

a distanza di anni, quando lo sento in automatico, mi si chiude lo stomaco; così come quando mio zio raccontava dei cavoli, una delle poche cose da mangiare, di chi viveva durante il periodo di guerra a Milano, per mio zio il solo odore, era così sgradevole che a distanza di 40 anni, ancora lo riportava al periodo della guerra, io comunque a questi presunti ristoratori, farei quello che Checco Zalone fa al ristoratore norvegese, proprietario dell’”Italian Restaurant” (guardatevi il film, l’ultimo, oggi gli intellettuali di sinistra lo boicottano, forse perché è uno dei pochi ad avere ancora una certa lucidità, per poter dire piccole verità sul nostro paese, visto che loro non riescono più, alcuni per convenienza, altri perché proni alle idee “premasticate” di altri, come i vari “bellini e carini” che affollano il nostro parlamento)

Detto questo veniamo alla mostra

ed al percorso curatoriale dei vari padiglioni, a me è piaciuto molto di quanto esposto, ci sono parecchi spunti di riflessione, soprattutto molta arte che parla di ecologia ed altri temi contemporanei legati alla società moderna, cose che nelle edizioni passate a volte spariva proprio, di fronte all’egocentrismo autoriferito di tanti, troppi personaggi che considerano l’arte una “dimensione” di loro esclusiva proprietà, non so voi, ma a me delle inclinazioni sessuali di un artista, di un gallerista, di un curatore mi frega molto poco, l’arte secondo me, deve parlare di “grandi temi comuni”, deve far fare un passo avanti a tutti quanti, sia chi la fruisce, come anche a chi la fa, è come un dibattito aperto, l’artista deve essere libero ed al tempo stesso lavorare al servizio di tutti, deve essere capace di emozionare, ma anche aprire le strade a nuove idee, nella testa della gente, uno spettatore deve uscire arricchito e non defraudato della propria energia vitale, perché investito da una tale quantità di sterile bruttezza, da essere scaraventato nel vuoto delle vite di tanti che con l’arte s’ingrassano e ci campano spacciando l’abominevole per il nuovo, spostare sempre oltre la linea di demarcazione del brutto, sempre più brutto, spacciandolo come nuovo, andrebbe considerato un reato, come spacciare droga, questa è droga dell’anima, lavora nel profondo e sposta quelle che sono le soglie di attenzione, verso la percezione del reale.

Il brutto è brutto, il pessimo gusto è pessimo gusto,

se qualcuno afferma il contrario, sappiate che quel qualcuno vi sta derubando, defraudandovi di quella parte più preziosa, che esiste in ogni uomo e lo afferma perchè è funzionale al sistema; all’uomo dei centri commerciali, il bello non serve, altrimenti lui, non esisterebbe, a loro la storia non serve, il piacere del bello non serve, così come l’armonia delle cose, la capacità critica e la propria identità culturale, l’unico valore è il brutto, valore al kitsch, viva il kitsch!!!

E comunque già i surrealisti, così come le avanguardie, avevano giocato con la materia e l’immagine, distorcendola, allitterandola, desensualizzandola, depensandola e tutto il resto che finisce in OLA, producendo delle opere straordinarie, tra l’altro, il sistema si diverte a giocare ancora con gli stessi valori, di fatto distorcendo il valore profondo dell’arte, ma nessuno si cura di dire il contrario.

Paolo Robaudi 2017©

to be continued……………next stop will be: Giardini, mind the gap!

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